Cos’è il Riccione TTV Festival? TTV = Teatro Televisione Video. La sigla la si deve a Franco Quadri che nel 1985 così cercava di riassumere lo spirito dell’evento. Oggi, alla soglia delle sue 20 edizioni, il festival porta il sottotitolo “Performing arts on screen” che meglio ne esplicita le finalità artistiche e che lo rende internazionalmente riconoscibile e originale. Il suo obiettivo è quello di indagare il rapporto tra teatro, arti sceniche, arti visive e i nuovi media: video, film, televisione. In questo modo la proposta culturale arriva a spaziare tra video danza e video arte, tra film e programmi televisivi sulle arti performative, tra installazioni e mostre fotografiche, tutto per testimoniare che l’arte fatta con la concretezza degli oggetti, dei corpi, delle parole può rivivere e diventare qualcosa di uguale e al tempo stesso diverso quando viene fotografata, ripresa, montata.

 
La vita del Riccione TTV Festival è molto lunga e si intreccia fortemente con quella del Premio Riccione – in piedi già dal 1947 – e quella dell’associazione Riccione Teatro che sin dalla nascita ne è stata l’organizzatrice. Nel corso della sua lunga vita il festival riccionese ha vissuto fasi diverse, ha sperimentato formule diverse, ha scelto spazi diversi e tempi diversi per esprimersi. Il sito internet www.riccioneteatro.it si mostra però piuttosto ermetico in riguardo. La storia del festival è brevemente descritta in una pagina dedicata, ma i programmi delle edizioni precedenti non sono consultabili; risulta così piuttosto complesso sondare le caratteristiche intervenute anno per anno, tanto più che delle edizioni precedenti alla 15a non v’è traccia in alcuno spazio del web.

 
Incollando insieme pezzetti di informazioni come pezzetti di un puzzle ritrovati in scatole diverse ne emerge che per le sue prime 15 edizioni il festival si è svolto con cadenza annuale a Riccione. Dal 2000 ad oggi molte sono state le variabili che sono state prese in considerazione, trasformate e spesso riportate alla loro prima forma quando non se ve vedeva più l’utilità. L’unica che ha assunto stabilità durante questi ultimi anni e che è rintracciabile ancora oggi è la diversa cadenza dell’evento che da annuale è diventato biennale. Per il resto non c’è quasi nulla del festival che non sia stato messo in discussione e poi rivisto. Dal 2002 Bologna è diventata seconda sede del festival, solo che mentre nel 2002 ha ospitato il programma di danza, nelle due edizioni successive la discriminante è stata la provenienza degli artisti per cui il programma italiano è stato ospitato a Riccione e quello internazionale nel capoluogo. L’edizione 2008 è tornata nuovamente a svolgersi solo nella cittadina romagnola. Anche le date e la durata del festival sono notevolmente cambiate, oscillando tra marzo e luglio, tra uno e dodici giorni, tra una serie di giorni consecutivi e la formula di due weekend consecutivi.

 
2008. 19a edizione del Riccione TTV Festival. Dal 12 al 15 giugno l’evento si è svolto a Riccione proponendosi di indagare il tema dei confini. Nove sono i luoghi scelti per ospitare le varie attività, luoghi di tipologie diverse tra loro: il comunale Palazzo del Turismo, un hotel, un teatro, la sede di Riccione Teatro (un villino liberty circondato da un parco), lo stesso parco, una galleria d’arte, una ex colonia per bambini, una scuola elementare, una libreria. Tranne la colonia, tutte le location si concentrano nel centro cittadino, sono così facilmente raggiungibili a piedi e sono rese in qualche modo visibili, pur nel trambusto dell’estate riccionese. Perno della manifestazione il Palazzo del Turismo che accoglie la maggior parte delle proiezioni, videoinstallazioni e mostre del festival. Il piano terra, inoltre, è la sede dei vari incontri in programma e dell’ufficio stampa. Vien quasi voglia di perdonarli, quelli di Riccione Teatro, per le scarse informazioni sulla storia del festival ritrovabili sul sito internet quando ci si accorge del gran numero di materiali informativi che hanno prodotto: una scheda per ogni attività, il programma del festival e un pregevole catalogo di quasi 100 pagine, anch’esso distribuito gratuitamente, con editoriali, biografie, foto e ovviamente il calendario.

 
Dubbi? Perplessità? Sì, qualcuno sì. Il primo piano del Palazzo del Turismo ospita una serie di videoproiezioni riunite sotto il nome di Focus sul Belgio. L’allestimento, piuttosto accogliente, presenta un grande tappeto rotondo di simil erba ed al suo centro una serie di schermi davanti ai quali dei cuscini bianchi invitano gli spettatori a sedersi, ad infilare le cuffie a disposizione e a seguire il video proposto. Accanto ad ogni schermo una targhetta segnala il nome dei video  (sempre più di uno per schermo) proiettati in loop. I video sono però molto lunghi ed è altamente improbabile avere la fortuna di sedersi nel momento in cui un video inizia. Ciò fa in modo che uno spettatore può guardare anche 5, 10, 15 minuti un video senza sapere di cosa si tratta e senza avere la possibilità di scoprirlo. Il secondo punto dolente riguarda sempre le proiezioni video, ma questa volontà del Villino Monti, sede di Riccione Teatro. Da programma è reso noto che nei giorni del festival presso sono visionabili la videoteca dell’associazione alcuni dei video conservati in archivio. Presentatami al giusto posto alla giusta ora mi viene detto che no, che non posso chiedere uno dei video proposti, sedermi comodamente e guardarlo con interesse, no. Devo fare una richiesta scritta alla signorina di fronte a me e ripresentarmi il lunedì successivo. Solo la mattina però.

Si dice che i francesi non siano particolarmente ferrati in ambito musicale e a dimostrazione di questa tesi ci sarebbe il fatto che pochi sono i progetti francesi che riescono ad avere una forte risonanza all’estero. Forse per sfatare questo falso mito, l’Ambasciata di Francia in Italia e Culturesfrance, l’organismo ministeriale per la diffusione della cultura francese all’estero, hanno organizzato per i mesi di maggio e giugno 2008 Suona francese. Concepito sul modello dell’evento Sounds French tenutosi a New York nel 2003, i francesi hanno deciso questa volta di scegliere l’Italia come paese in cui allestire un festival tutto dedicato alla contemporaneità della musica d‘oltralpe.

 
In effetti, i rapporti franco-italiani in ambito culturale hanno una lunga tradizione e l’Ambasciata di Francia è particolarmente attiva da questo punto di vista. Il sito www.france-italia.it, dedicato specificatamente agli eventi della cultura francese che si svolgono in Italia, gode infatti di buona salute e con la sua ricca proposta dimostra che Suona francese non è che la logica prosecuzione di una serie di progetti di diffusione della cultura francese in Italia che hanno visto la luce negli ultimi anni: Uni(di)versité (evento biennale dal 2001), La Francia si muove (2004), Face à face (teatro contemporaneo, 2005-2008), Luce di Pietra (arte contemporanea, 2007).

 
Suona francese è sicuramente lodevole nell’intento di voler far conoscere in Italia le espressioni musicali francesi che, come si è già anticipato, soffrono di scarsa diffusione all’estero, e soprattutto di proporsi come “fonte potenziale di scambi artistici. Interessante anche la scelta di usare come location degli eventi molti luoghi diversi e di nature diverse: teatri, chiese, palazzi storici, centri culturali. Peccato però che si tratti sempre di spazi istituzionali e che non ci sia una ricerca quanto a dimensioni che favoriscano una fruizione più libera e meno condizionata da forme culturali legate al passato. Questa scelta, pur nella sua scarsa modernità, risulta comunque pienamente in linea con la programmazione musicale oggetto del festival. Il direttore artistico Olivier Descotes definisce Suona francese come un evento volto a  presentare “la creazione odierna nella sua piena diversità”, “senza esclusive né pregiudizi”. Un’analisi anche superficiale degli artisti e delle opere previste (già il termine opere è di per sé indicativo) è sufficiente invece per inquadrare le scelte musicali compiute come fuori dalla contemporaneità sia per motivi legati alla data di composizione dei brani musicali, sia perché appare evidente come l’attenzione sia concentrata sulla musica cosiddetta “colta”, evitando accuratamente le forme musicali più popolari e di grande diffusione. Un festival che si propone di diffondere “nuova musica” ma che nella realtà dei fatti programma solo musica del secolo scorso, non riuscendo così ad emanciparsi dall’ormai datato stereotipo per cui qualità e consenso del pubblico viaggiano su due binari separati. Sounds strange, don’t you think?

 

A quasi un anno dalla sua inaugurazione, il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna – sta cercando di definire concretamente il rapporto col suo passato e col suo futuro. Sì perché, pur essendo un’istituzione molto giovane, il MAMbo non è che l’ultimo tassello del più ampio progetto della Galleria d’Arte Moderna. Con un occhio rivolto indietro e uno in avanti, ecco come il museo del capoluogo emiliano sta costruendo la propria identità.

 
La GAM – Galleria d’Arte Moderna – nasce a Bologna negli anni 20 e da quel momento ha sempre avuto una vita particolarmente instabile, se non altro per quel che riguarda la collocazione delle sue sedi espositive. Nata a Villa delle Rose, la Galleria è stata spostata negli anni 70 presso il quartiere fieristico, ha inglobato negli anni 90 la sede distaccata del Museo Morandi, per vedere infine la nascita della nuova sede del MAMbo nel maggio scorso.

 
Il MAMbo quindi, pur avendo nel contemporaneo la sua vocazione specifica, eredita dalla GAM un ingente patrimonio d’arte moderna con il quale è necessario fare i conti. Già il nome che l’istituzione ha scelto è abbastanza indicativo della volontà di vedere il contemporaneo come la tappa di un percorso che parte se non altro dalla seconda metà del Novecento e in questo la raccolta lasciata dalla GAM, per quanto cronologicamente frammentaria, può essere molto utile. Il punto cruciale da risolvere rimangono però le modalità con cui interagire con questo passato, le forme necessarie per valorizzare questo bagaglio artistico e per renderlo passaggio obbligato per comprendere le ragioni sociali e culturali alla base dell’arte contemporanea bolognese.

 
Le collezioni permanenti dei musei raramente attirano l’attenzione dei grandi pubblici. La logica dell’”evento” privilegia i vernissage, gli appuntamenti, le performance, le occasioni in cui “succede qualcosa”. Anche i direttori di museo hanno la loro parte di responsabilità in quanto scambiano le collezioni permanenti per luoghi in cui depositare le opere, con scarsa coerenza di allestimento, descritte da supporti rudimentali e ridotte informazioni di guida alla visita. Quasi a volersi affrancare da questa triste situazione, il MAMbo ha inaugurato il 15 marzo scorso una collezione che, seppur permanente per definizione, appare piuttosto dinamica nei fatti.

 
L’ambiente della grande sala dei forni ospita contemporaneamente due progetti che vengono a sovrapporsi e confondersi e la cui identità singola non è purtroppo chiaramente esplicitata al pubblico. Tramite il volantino introduttivo alla visita e il sito internet è possibile però rintracciare le linee guida dei due progetti dalla cui unione nasce la collezione permanente del museo, ovvero Focus on Contemporary Italian Art e SpazioGAM. La prima sezione sviluppa il tema della ricerca artistica italiana contemporanea ed è composta da opere acquisite appositamente per essere messe in mostra nella collezione permanente del MAMbo. Grazie alla collaborazione di Unicredit Group, il museo propone un ambiente in costante movimento ed evoluzione in cui le opere vengono ciclicamente cambiate e l’allestimento non segue obbligati percorsi tematici o cronologici. Nel grande openspace le opere non si susseguono pedissequamente appese alle pareti, bensì creano spazi, atmosfere, usano nuove tecnologie, diventano contenitori per altre produzioni artistiche. SpazioGAM è un progetto, o meglio un insieme di progetti, che parte invece dalla opere provenienti dalla GAM e che si propone di individuare delle modalità innovative per portare luce su di esse. Nell’attuale allestimento, il progetto si compone di una sezione INTRO costituita da una quadreria che introduce idealmente ai lavori più contemporanei di Focus. Segue OPEN LIBRARY, uno spazio che vuole essere di approfondimento sui temi dell’arte e che incentiva i visitatori alla creazione di una biblioteca parallela a quella del museo mediante la donazione di libri. Infine, l’ala destra della sala è occupata da TOPICS, un’area adibita a mostre temporanee coerenti col tema della mostra permanente.

 
Dal 6 aprile scorso la mostra che occupa lo spazio di TOPICS è Regali e Regole: Prendere, dare, sbirciare nel museo di Stefano Arienti e Cesare Pietroiusti. Oltre ad alcuni lavori individuali, due sono i lavori comuni che attirano ed animano di più l’attenzione. Il primo è un’immensa parete, coperta da 2000 disegni originali dei due artisti, dalla quale ciascun visitatore può sceglierne uno da prendere con sé. Il secondo è una scultura composta da banconote da 50 euro raccolte tramite una sottoscrizione che frutterà ai partecipanti una quota dei proventi ottenuti tramite l’esposizione dell’opera. Le due produzioni di Arienti e Pietroiusti forniscono buoni stimoli sia per gli obiettivi che per le modalità artistiche utilizzate in quanto mettono in discussione lo statuto dell’opera d’arte, la sua autorialità, il ruolo del pubblico e il suo ampliamento/stravolgimento e il museo di certo non può rimanere inerme davanti a tutto ciò.

 
Il MAMbo dimostra in questo modo di saper ripensare la funzione della collezione permanente facendone strumento privilegiato della sperimentazione, affidandosi ad una struttura dinamica che, anche grazie al minor investimento economico rispetto alle mostre temporanee, sa essere più innovativa nelle sue ambizioni. Il visitatore della collezione permanente del museo bolognese viene sollecitato e coinvolto da un meccanismo vivo, plurimo e mutevole, da un spazio senza costrizioni in cui dialogano nuove e vecchie leve, all’emozione fanciullesca di poter portare a casa il giocattolo appena visto in vetrina.