Come si espone la videoarte? Come si fruisce in un museo di un video della durata di due ore? La recente chiusura della prima personale italiana di Bill Viola al Palazzo delle Esposizioni ci fornisce l’occasione per indagare le modalità di allestimento e i servizi che hanno accompagnato una mostra dalle grandi ambizioni.


La scalinata è ampia, lunga e bianca. BILL VIOLA – visioni interiori, dice a chiare lettere il muro di fondo e i passi dei visitatori riecheggiano di acque che scorrono e fuochi che ardono. Si salgono le scale, si entra nella prima sala, gli occhi ci mettono un po’ di tempo ad abituarsi al buio, ma poi si abituano e subito inizia la corsa per accaparrarsi un posto a sedere. La mostra è costituita da 16 opere tra installazioni di grande formato e video su schermo piatto che ripercorrono la carriera di Viola dal 1995 ad oggi. L’esposizione era caricata di grandi aspettative non solo perché è stata la prima occasione per vedere in Italia una personale dedicata all’artista, ma anche perché, riconoscendo Bill Viola come uno dei massimi videoartisti contemporanei, l’istituzione romana avrebbe potuto cogliere l’occasione per aprire qualche strada in merito a forme allestitive nuove e soprattutto adeguate ad una forma artistica per molti ancora pressoché sconosciuta come la videoarte. E invece niente.


In ogni sala le persone sono tante, assiepate, in piedi e i piedi dopo un po’ fanno male, sedute per terra a gambe incrociate, attente ad ogni minuscolo movimento che avviene sugli schermi, l’aria è tesa e tutto ciò lo si deve al potere delle immagini dense di Bill Viola, ma quanto a creare condizioni ottimali per la visione non si può dire che il Palazzo delle Esposizioni si sia speso in modo particolare. Persone che lottano per qualche centimetro di spazio sulle (pochissime) panchine, video lunghi, a volte molto lunghi, tanto che sommandone la durata se ne deduce che un visitatore avrebbe dovuto trascorrere nel museo romano più di sette ore per vederli tutti per intero. Video collocati sempre in zone di passaggio così che le persone passano davanti, coprono la vista ad altre persone, video che non si riesce mai a vedere dall’inizio e che nemmeno si riesce mai a capire se siano appena iniziati o se stiano per giungere alla fine.


Bill Viola ha detto spesso che i suoi schermi al plasma e LCD, che l’alta tecnologia di cui si serve non sono altro che uno strumento e che non è questo che definisce l’essenza del suo lavoro. L’artista newyorchese si sente come un odierno pittore che fa i conti col proprio tempo e che semplicemente si adegua al linguaggio di oggi. Ma come Bill Viola si adatta ai mezzi del XXI secolo, così anche chi li mette in mostra dovrebbe tenerne conto e capire che non ci sono più degli oggetti statici da fruire, bensì dei video che hanno un loro tempo, una loro durata e che non si può semplicemente far finta che non sia così. E allora il museo dovrebbe essere più simile ad un cinema? Forse. O intanto potrebbe aver senso dotarsi di dispositivi che indichino il minutaggio dei video per fornire al visitatore la possibilità di avere una visione più consapevole.


Quanto ai servizi, molta fila all’ingresso e un prezzo di accesso decisamente troppo alto. E’ anche vero che il biglietto consente di visitare tutte le mostre in corso, ma le esposizioni sono di tipologie così diverse e quindi anche con target così distanti (nel caso specifico, Bill Viola è accostato agli Etruschi) che si fa fatica a vedere questo biglietto integrato obbligato come un’opportunità invece che come un modo per fare qualche soldo in più. Anche il bookshop non è degno di nota, se non per note negative: catalogo come sempre troppo caro, pochi i testi sulla videoarte in generale e su Bill Viola in particolare e nessun gadget, nessuna cartolina, nessuna riproduzione delle opere, se non la locandina officiale. Unici punti a favore sono alcune copie del catalogo in consultazione all’interno del museo e un depliant informativo che riporta i dettagli tecnici (compresa la traduzione in italiano del titolo) di ogni opera. Tutto sommato, nessun passo in avanti. Sarà per la prossima volta.

 

 

Graziana Lucarelli

Cos’è il Riccione TTV Festival? TTV = Teatro Televisione Video. La sigla la si deve a Franco Quadri che nel 1985 così cercava di riassumere lo spirito dell’evento. Oggi, alla soglia delle sue 20 edizioni, il festival porta il sottotitolo “Performing arts on screen” che meglio ne esplicita le finalità artistiche e che lo rende internazionalmente riconoscibile e originale. Il suo obiettivo è quello di indagare il rapporto tra teatro, arti sceniche, arti visive e i nuovi media: video, film, televisione. In questo modo la proposta culturale arriva a spaziare tra video danza e video arte, tra film e programmi televisivi sulle arti performative, tra installazioni e mostre fotografiche, tutto per testimoniare che l’arte fatta con la concretezza degli oggetti, dei corpi, delle parole può rivivere e diventare qualcosa di uguale e al tempo stesso diverso quando viene fotografata, ripresa, montata.

 
La vita del Riccione TTV Festival è molto lunga e si intreccia fortemente con quella del Premio Riccione – in piedi già dal 1947 – e quella dell’associazione Riccione Teatro che sin dalla nascita ne è stata l’organizzatrice. Nel corso della sua lunga vita il festival riccionese ha vissuto fasi diverse, ha sperimentato formule diverse, ha scelto spazi diversi e tempi diversi per esprimersi. Il sito internet www.riccioneteatro.it si mostra però piuttosto ermetico in riguardo. La storia del festival è brevemente descritta in una pagina dedicata, ma i programmi delle edizioni precedenti non sono consultabili; risulta così piuttosto complesso sondare le caratteristiche intervenute anno per anno, tanto più che delle edizioni precedenti alla 15a non v’è traccia in alcuno spazio del web.

 
Incollando insieme pezzetti di informazioni come pezzetti di un puzzle ritrovati in scatole diverse ne emerge che per le sue prime 15 edizioni il festival si è svolto con cadenza annuale a Riccione. Dal 2000 ad oggi molte sono state le variabili che sono state prese in considerazione, trasformate e spesso riportate alla forma precedente quando non si vedeva più l’utilità di quella nuova. L’unica che ha assunto stabilità durante questi ultimi anni e che è rintracciabile ancora oggi è la diversa cadenza dell’evento che da annuale è diventato biennale. Per il resto non c’è quasi nulla del festival che non sia stato messo in discussione e poi rivisto. Dal 2002 Bologna è diventata seconda sede del festival, solo che mentre nel 2002 ha ospitato il programma di danza, nelle due edizioni successive la discriminante è stata la provenienza degli artisti per cui il programma italiano è stato ospitato a Riccione e quello internazionale nel capoluogo. L’edizione 2008 è tornata nuovamente a svolgersi solo nella cittadina romagnola. Anche le date e la durata del festival sono notevolmente cambiate, oscillando tra marzo e luglio, tra uno e dodici giorni, tra una serie di giorni consecutivi e la formula di due weekend consecutivi.

 
2008. 19a edizione del Riccione TTV Festival. Dal 12 al 15 giugno l’evento si è svolto a Riccione proponendosi di indagare il tema dei confini. Nove sono i luoghi scelti per ospitare le varie attività, luoghi di tipologie diverse tra loro: il comunale Palazzo del Turismo, un hotel, un teatro, la sede di Riccione Teatro (un villino liberty circondato da un parco), lo stesso parco, una galleria d’arte, una ex colonia per bambini, una scuola elementare, una libreria. Tranne la colonia, tutte le location si concentrano nel centro cittadino, sono così facilmente raggiungibili a piedi e sono rese in qualche modo visibili, pur nel trambusto dell’estate riccionese. Perno della manifestazione il Palazzo del Turismo che accoglie la maggior parte delle proiezioni, videoinstallazioni e mostre del festival. Il piano terra, inoltre, è la sede dei vari incontri in programma e dell’ufficio stampa. Vien quasi voglia di perdonarli, quelli di Riccione Teatro, per le scarse informazioni sulla storia del festival ritrovabili sul sito internet quando ci si accorge del gran numero di materiali informativi che hanno prodotto: una scheda per ogni attività, il programma del festival e un pregevole catalogo di quasi 100 pagine, anch’esso distribuito gratuitamente, con editoriali, biografie, foto e ovviamente il calendario.

 
Dubbi? Perplessità? Sì, qualcuno sì. Il primo piano del Palazzo del Turismo ospita una serie di videoproiezioni riunite sotto il nome di Focus sul Belgio. L’allestimento, piuttosto accogliente, presenta un grande tappeto rotondo di simil erba ed al suo centro una serie di schermi davanti ai quali dei cuscini bianchi invitano gli spettatori a sedersi, ad infilare le cuffie a disposizione e a seguire il video proposto. Accanto ad ogni schermo una targhetta segnala il nome dei video  (sempre più di uno per schermo) proiettati in loop. I video sono però molto lunghi ed è altamente improbabile avere la fortuna di sedersi nel momento in cui un video inizia. Ciò fa in modo che uno spettatore può guardare anche 5, 10, 15 minuti un video senza sapere di cosa si tratta e senza avere la possibilità di scoprirlo. Il secondo punto dolente riguarda sempre le proiezioni video, ma questa volontà del Villino Monti, sede di Riccione Teatro. Da programma è reso noto che nei giorni del festival  sono visionabili presso la videoteca dell’associazione alcuni dei video conservati in archivio. Presentatami al giusto posto alla giusta ora mi viene invece detto che no, che non posso chiedere uno dei video proposti, sedermi comodamente e guardarlo con interesse, no. Devo fare una richiesta scritta alla signorina di fronte a me e ripresentarmi il lunedì successivo. Solo la mattina però.

 

 

Graziana Lucarelli

Si dice che i francesi non siano particolarmente ferrati in ambito musicale e a dimostrazione di questa tesi ci sarebbe il fatto che pochi sono i progetti francesi che riescono ad avere una forte risonanza all’estero. Forse per sfatare questo falso mito, l’Ambasciata di Francia in Italia e Culturesfrance, l’organismo ministeriale per la diffusione della cultura francese all’estero, hanno organizzato per i mesi di maggio e giugno 2008 Suona francese. Concepito sul modello dell’evento Sounds French tenutosi a New York nel 2003, i francesi hanno deciso questa volta di scegliere l’Italia come paese in cui allestire un festival tutto dedicato alla contemporaneità della musica d‘oltralpe.

 
In effetti, i rapporti franco-italiani in ambito culturale hanno una lunga tradizione e l’Ambasciata di Francia è particolarmente attiva da questo punto di vista. Il sito www.france-italia.it, dedicato specificatamente agli eventi della cultura francese che si svolgono in Italia, gode infatti di buona salute e con la sua ricca proposta dimostra che Suona francese non è che la logica prosecuzione di una serie di progetti di diffusione della cultura francese in Italia che hanno visto la luce negli ultimi anni: Uni(di)versité (evento biennale dal 2001), La Francia si muove (2004), Face à face (teatro contemporaneo, 2005-2008), Luce di Pietra (arte contemporanea, 2007).

 
Suona francese è sicuramente lodevole nell’intento di voler far conoscere in Italia le espressioni musicali francesi che, come si è già anticipato, soffrono di scarsa diffusione all’estero, e soprattutto di proporsi come “fonte potenziale di scambi artistici. Interessante anche la scelta di usare come location degli eventi molti luoghi diversi e di nature diverse: teatri, chiese, palazzi storici, centri culturali. Peccato però che si tratti sempre di spazi istituzionali e che non ci sia una ricerca quanto a dimensioni che favoriscano una fruizione più libera e meno condizionata da forme culturali legate al passato. Questa scelta, pur nella sua scarsa modernità, risulta comunque pienamente in linea con la programmazione musicale oggetto del festival. Il direttore artistico Olivier Descotes definisce Suona francese come un evento volto a  presentare “la creazione odierna nella sua piena diversità”, “senza esclusive né pregiudizi”. Un’analisi anche superficiale degli artisti e delle opere previste (già il termine opere è di per sé indicativo) è sufficiente invece per inquadrare le scelte musicali compiute come fuori dalla contemporaneità sia per motivi legati alla data di composizione dei brani musicali, sia perché appare evidente come l’attenzione sia concentrata sulla musica cosiddetta “colta”, evitando accuratamente le forme musicali più popolari e di grande diffusione. Un festival che si propone di diffondere “nuova musica” ma che nella realtà dei fatti programma solo musica del secolo scorso, non riuscendo così ad emanciparsi dall’ormai datato stereotipo per cui qualità e consenso del pubblico viaggiano su due binari separati. Sounds strange, don’t you think?

 

 

Graziana Lucarelli