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Arte fiera, Arte fiera off, Art first, Art white night. Bologna è stata contagiata dalla febbre dell’arte, una febbre che parte dal quartiere fieristico per allargarsi a dismisura tra gallerie, musei, palazzi pubblici, fino a raggiungere l’aeroporto della città.
La fiera d’arte bolognese, sulla scia delle analoghe manifestazioni nazionali, si è trasformata negli ultimi anni da un appuntamento di settore in un evento che vanta tra il suo pubblico ampissime fette di non addetti ai lavori. Studenti, appassionati, giovani dalle grandi ambizioni si ritrovano così ad affollare gli immensi padiglioni e a vagare tra opere di spesso discutibile qualità, caffetterie, dibattiti. L’offerta si è fatta molto vasta, sia dentro che fuori le porte del quartiere fieristico. “Dentro” si ha l’occasione di partecipare ad incontri, presentazioni di libri, di premi, conversazioni con artisti, visite guidate, ma è forse il “fuori” che fa la differenza. Arte fiera si è dotata di un programma off, proprio come i migliori festival. Il programma prevede una serie di installazioni in musei, cortili ed edifici del centro storico cittadino, una notte bianca dell’arte con negozi, musei, gallerie aperte (e tanto di spettacolo pirotecnico conclusivo) e una serie di eventi tra cui mostre, il festival Netmage, performances, incontri sul tema dell’arte, organizzati dalle principali istituzioni culturali di Bologna e di alcune province limitrofe.
Due sono le linee guida che sembra stiano alla base di questa rinnovata dimensione di Arte fiera. Innanzitutto tende sempre di più a farsi strada l’anima culturale dell’evento. Nonostante la manifestazione nasca come una fiera, ovvero principalmente come un momento di compravendita, la sensazione è che si punti a focalizzare l’attenzione più che altro sull’aspetto di promozione artistica, così che si organizzano visite guidate e si dissemina la città di occasioni di fruizione d’arte fini a se stesse (non a caso il titolo del progetto è Bologna Art first – l’arte prima di tutto). Il valore commerciale della manifestazione si perde un po’ di vista e si visita la fiera come un’enorme mostra senza regole.
Il secondo aspetto riguarda invece il coinvolgimento dei più importanti enti di produzione e promozione d’arte contemporanea della città con eventi collaterali. L’idea di base è quella di fare “rete”, di proporre un’offerta culturale coordinata, di costruire una maglia stretta di possibilità. In questo modo si punta a far promozione non ad un singolo evento, ma ad un territorio con tutti gli attori che in esso lavorano. Già da tempo si pensa a Bologna come ad una città che potrebbe rafforzare la propria vivacità organizzandosi in un distretto culturale e recentemente si è iniziato a parlare della ZonaMambo come nucleo centrale intorno al quale poter iniziare a riflettere. Arte fiera ha dimostrato, almeno per il tempo di un weekend, che una collaborazione stabile è possibile. Ora, volendolo, si tratta di continuare per questa strada.
Graziana Lucarelli
Fonte: Tafter.it
Quella tra il 30 giugno e l’1 luglio non è stata una notte come le altre per chi l’ha vissuta in una delle mete più ambite del turismo estivo all’italiana, la Riviera Romagnola. Il nome scelto per l’evento è La Notte Rosa, nome che non spicca in originalità, anzi che sicuramente gioca sull’effetto traino derivante dalla vicinanza al nome dell’ormai celebre e consolidata manifestazione de La Notte Bianca. Nonostante questo escomotage utilizzato dagli organizzatori, rimane però la curiosità di capire a cosa si deve la scelta proprio del colore rosa come simbolo dell’evento. Va detto innanzitutto che la selezione della proposta artistica e di animazione è strettamente legata a questa idea cromatica che caratterizza la notte in questione. Il colore rosa lo si è visto un po’ ovunque: nelle magliette realizzate per l’occasione, nei palloncini, nell’illuminazione pubblica, nei fuochi d’artificio, nei fiocchi e fiocchetti collocati in ogni dove. Molto lo si deve sicuramente anche all’iniziativa dei privati, dei ristoratori, dei negozianti che hanno voluto segnalare la loro partecipazione tirando fuori dall’armadio (o dal magazzino) quanto di più rosa contenesse. Andrea Gnassi, assessore della Provincia di Rimini, così motiva la scelta: “La Notte è Rosa perché esprime l’identità di questa Riviera, luogo di accoglienza e ospitalità, di sentimenti e di relazioni” (comunicato stampa del 12/06/2007). La spiegazione è plausibile ma, analizzando la serie di attività proposte, ci si accorge facilmente che un altro significato è attribuito al colore rosa, ovvero quello che lo rende da sempre simbolo del sesso femminile. Le diverse le iniziative riservate ad un pubblico di sole donne hanno contributo così a veicolare l’evento anche come una tacita “festa delle donne”.
Ma torniamo all’idea di fondo. Il rosa essenzialmente come un modo per rappresentare la voglia d’incontrarsi, di conoscersi, di socializzare. Ma da cosa nasce la necessità di sottolineare con un evento del genere il ruolo della Riviera come “luogo di accoglienza e ospitalità, di sentimenti e di relazioni”? Non è compito di ogni posto di villeggiatura che si rispetti quello di fornire un’adeguata accoglienza? E la Riviera, meta privilegiata di vacanza per italiani e stranieri, non è già sufficientemente connotata valorialmente a questo livello? Gnassi ha dato una spiegazione molto chiara ed eloquente dei motivi che hanno condotto le amministrazioni locali in questa direzione, per questo motivo la riporto fedelmente: “Ci siamo dati un obiettivo. Riposizionare la Riviera sui mercati italiani e esteri. E siamo partiti da un’analisi. La riviera è fatta almeno di due elementi: il prodotto turistico materiale (la spiaggia, la fiera, i parchi divertimento); il prodotto turistico immateriale: le emozioni, il segno lasciato nell’immaginario collettivo, il desiderato che non si trova nella vita di tutti i giorni. Negli ultimi anni abbiamo innovato l’elemento materiale. Ma sul sogno e l’emozione la fotografia scattata negli anni Novanta che ci identificava con il divertimentificio, la notte oscura e la trasgressione, ancora non dava conto dei cambiamenti avvenuti e della capacità di innovazione. Con La Notte Rosa la Riviera si è riappropriata della sua innata capacità di essere leader e produttrice di tendenze. Abbiamo comunicato ciò che siamo. E cioè che la nostra terra è fatta di verità nei rapporti tra le persone, qui non sei un numero ma un nome e cognome, la socializzazione è la nostra via per interpretare anche il desiderio di vivere la musica, la festa, la notte” (comunicato stampa del 26/06/2007).
Parole decisamente esplicite che quasi non hanno bisogno di essere commentate. La manifestazione si propone quindi una finalità precisa e nasce da un’esigenza concreta, quella di investire la località di nuovi valori per puntare ad un target rinnovato: non più solo sballo e discoteche, ma anche e sempre di più relazionalità, socialità, incontro. Obiettivo chiaro e ben definito. Vediamo ora se da un’esperienza personale è possibile dedurre qualche elemento sui risultati ottenuti o se non altro sul riscontro generale dell’evento. La mia Notte Rosa si è svolta a Cattolica, più precisamente nei pressi di Piazza I Maggio, dove c’era in programma il concerto di Vocintransito, Quintorigo, Amalia Gré e Nada. Il concerto si è svolto come previsto e, dato il numero non eccessivo di spettatori, si è creata anche una certa atmosfera empatica tra artisti e pubblico. Fino alle 02.00, ora in cui è terminato il concerto di Nada, Cattolica è stata invasa da famiglie e ragazzi, soprattutto del posto. Il clima era cordiale, aperto, un po’ come una festa di paese, coi vecchi seduti sulle panchine e i bambini che si nascondevano dietro le gambe degli sconosciuti. Tutto molto conforme con l’idea di Riviera che voleva essere veicolata.
Una mezza delusione è subentrata però alla fine del concerto quando la piazza, già non troppo gremita, si è lentamente svuotata, i negozi hanno abbassato le serrande, le luci si sono spente, la festa è finita. La Notte Rosa di Cattolica è stata questo, non molto di più di un concerto di piazza. Non c’è dubbio che Cattolica non sia propriamente la località di punta della Riviera, al contrario di Rimini e Riccione che invece, a quanto scritto nella brochure della manifestazione, hanno avuto un’animazione più intensa e prolungata. A dire il vero anche a Cattolica erano previste, programma alla mano, altre attività nel corso della notte, solo che in alcuni casi il luogo di svolgimento non era chiaramente specificato (espressioni come “sulla spiaggia” sono decisamente troppo vaghe!) e ad ogni modo l’impressione generale che la cittadina comunicava dopo le 2.00 ai pochi nottambuli ancora a spasso era quella di una città vuota, né più e né meno di un giorno ordinario. L’amministrazione della Provincia di Rimini, così attenta a voler proporre un’immagine diversa del proprio territorio, farebbe bene quindi a prestare attenzione ad ogni parte di questo suo territorio e a non focalizzarsi sulle solite mete ormai più che note ai turisti. Altrimenti si rischia di fare il gioco del divertimentificio, di quelle poche località che, avendo nell’offerta di divertimento notturno un punto di eccellenza, fanno necessariamente ombra alle altre svariate possibilità di vacanza offerte dalla Riviera.
Graziana Lucarelli
La luce cala, arriva la notte e un fremito prende le grandi città. La gente esce ed è il tempo liberato, il tempo in cui fermare uno sconosciuto per strada non è reato, il tempo in cui la parola è più semplice, i gesti più disinvolti. La notte, tempo negato per eccellenza, accoglie più di quanto spesso il giorno non sappia fare, fa anche paura la notte, questo è vero, ma sono sempre di più le persone pronte a sfidarla questa paura. Il giorno è produttivo, razionale, funzionale e allora serve uno spazio per tirare fiato, per non soccombere, per non arrivare ad Agosto e non sapere che farsene delle proprie meritate vacanze. Alcune grandi città hanno deciso di impossessarsi di questa energia che la notte sprigiona e di arricchirla, di manipolarla, di ricostruirla. Ed ecco nascere la Notte Bianca.
Parlare di Notte Bianca nel contesto italiano riporta subito alla mente il caso di Roma che dal 2003 propone ogni fine Settembre questa manifestazione. Ma l’esempio romano non è che una delle declinazioni che il modello Notte Bianca ha assunto. In effetti ciò che va forse prima di tutto chiarito è che Notte Bianca, o meglio Nuit Blanche, nasce a Parigi nel 2002 e già dall’anno successivo inizia a coinvolgere altre capitali europee, tra cui Roma appunto, almeno a livello istituzionale. Notte Bianca, infatti, da semplice manifestazione proposta dalla municipalità parigina si è in pochi anni trasformata in una vera e propria rete culturale di cui hanno preso parte, oltre alle capitali francese e italiana, Bruxelles, Madrid e Riga. Questo però non ha impedito ad altre città di fare una loro personale proposta culturale, pur definendola col nome di Notte Bianca. Milano per esempio, ha optato per questa scelta. Ma cosa distingue quindi la rete di Notti Bianche “ufficiali” da quelle che non lo sono? Tre ritengo siano gli elementi chiave. Il primo è che le città ufficialmente parte del modello hanno sottoscritto un documento, vale a dire una Carta d’intenti, in cui sono elencate le caratteristiche imprescindibili che una manifestazione deve avere per essere definita una Notte Bianca. Il secondo è che queste stesse città hanno istituito modalità di lavoro congiunto e di scambio culturale. Il terzo, elemento forse all’apparenza più marginale rispetto agli altri, consiste nel fatto che le città facenti parte della rete si definiscono tutte, a livello politico, come delle capitali.
La presenza di un numero sempre crescente di città che ogni anno propongono una Notte Bianca su loro personale iniziativa si è da subito collocata in un rapporto di amore/odio con la rete ufficiale: se da un lato è sintomatica della validità del modello, dall’altro non solo ha ostacolato l’opinione pubblica nel percepire l’evento come coordinato a livello internazionale, ma ha anche creato una generale confusione su quale sia l’idea di fondo della manifestazione, su quali valori Parigi avesse in mente di veicolare nel 2002 ed ha poi deciso di condividere con le altre città operanti nella rete. Così oggi sono in molti a pensare che una Notte Bianca non sia che una notte in cui bar e negozi hanno un orario di apertura prolungato.
La colpa di questo fraintendimento non va cercata però solo al di fuori del modello istituzionale di Notte Bianca. In realtà un’attenta analisi ha dimostrato che il solo rapporto tra la Nuit Blanche parigina e la Notte Bianca romana è molto più controverso di quanto non appaia dall’esterno. La Notte Bianca viene istituita a Roma nel 2003, un solo anno dopo l’esordio francese, e la sua creazione è supportata sin da subito da ragioni politiche. La principale è che le due capitali sono unite dal 1956 da un gemellaggio esclusivo per cui programmi di collaborazione culturale sono da svariati anni all’ordine del giorno. Questa circostanza ha ricevuto poi un rinnovato vigore a partire dal 2001, data in cui è iniziato il mandato dei due sindaci ancora attualmente in carica, Delanoë e Veltroni. I due, anche grazie ad una vicinanza di ideali politici, hanno stretto un rapporto personale che ha indubbiamente influito sulla trasposizione a Roma del modello culturale parigino. La municipalità della Ville Lumière ha quindi appoggiato con entusiasmo la volontà di adesione di Roma, ma ciò che forse non è stato indagato con sufficiente attenzione è la disponibilità di Roma a condividere gli stessi obiettivi e propositi culturali che Parigi attribuiva alla sua Nuit Blanche.
L’unico ad aver intuito questa discrepanza, mostrando così una notevole lungimiranza, è stato Jean Blaise, direttore artistico della prima Nuit Blanche e attualmente a capo del Lieu Unique di Nantes. Egli, in effetti, ha subito colto che Roma aveva, e ha a tutt’oggi, prerogative di vita sia sociale che culturale che non avrebbero permesso di costruire un evento costruito sulle stesse dinamiche progettuali parigine. Lo svolgersi delle diverse edizioni di Nuit Blanche e de La Notte Bianca non ha quindi fatto altro che mettere in luce una distanza che a ben guardare era evidente prima ancora della condivisione del progetto. Ad alcuni anni dall’esordio, Parigi propone una manifestazione settoriale, focalizzata sull’arte contemporanea, tesa a offrire alti livelli qualitativi, per nulla volta a promuovere dinamiche di profitto. Roma cerca l’aggregazione, i grandi numeri di pubblico e di introiti, e per farlo si concentra soprattutto su un target popolare. Questa descrizione non vuole essere un giudizio di merito, in effetti entrambe le città hanno avuto la capacità di concepire un’offerta perfettamente integrata con lo spirito del proprio territorio e questo è il miglior indicatore della riuscita di una proposta culturale. L’unico dubbio riguarda l’identità profonda e il rapporto tra i due eventi. La storia che ha portato da Nuit Blanche a La Notte Bianca, a questo punto, svanisce poiché si ritrova ad unire due manifestazioni che in comune hanno forse solo il nome.
Graziana Lucarelli
