A quasi un anno dalla sua inaugurazione, il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna – sta cercando di definire concretamente il rapporto col suo passato e col suo futuro. Sì perché, pur essendo un’istituzione molto giovane, il MAMbo non è che l’ultimo tassello del più ampio progetto della Galleria d’Arte Moderna. Con un occhio rivolto indietro e uno in avanti, ecco come il museo del capoluogo emiliano sta costruendo la propria identità.

 
La GAM – Galleria d’Arte Moderna – nasce a Bologna negli anni 20 e da quel momento ha sempre avuto una vita particolarmente instabile, se non altro per quel che riguarda la collocazione delle sue sedi espositive. Nata a Villa delle Rose, la Galleria è stata spostata negli anni 70 presso il quartiere fieristico, ha inglobato negli anni 90 la sede distaccata del Museo Morandi, per vedere infine la nascita della nuova sede del MAMbo nel maggio scorso.

 
Il MAMbo quindi, pur avendo nel contemporaneo la sua vocazione specifica, eredita dalla GAM un ingente patrimonio d’arte moderna con il quale è necessario fare i conti. Già il nome che l’istituzione ha scelto è abbastanza indicativo della volontà di vedere il contemporaneo come la tappa di un percorso che parte se non altro dalla seconda metà del Novecento e in questo la raccolta lasciata dalla GAM, per quanto cronologicamente frammentaria, può essere molto utile. Il punto cruciale da risolvere rimangono però le modalità con cui interagire con questo passato, le forme necessarie per valorizzare questo bagaglio artistico e per renderlo passaggio obbligato per comprendere le ragioni sociali e culturali alla base dell’arte contemporanea bolognese.

 
Le collezioni permanenti dei musei raramente attirano l’attenzione dei grandi pubblici. La logica dell’ ”evento” privilegia i vernissage, gli appuntamenti, le performance, le occasioni in cui “succede qualcosa”. Anche i direttori di museo hanno la loro parte di responsabilità in quanto scambiano le collezioni permanenti per luoghi in cui depositare le opere, con scarsa coerenza di allestimento, descritte da supporti rudimentali e ridotte informazioni di guida alla visita. Quasi a volersi affrancare da questa triste situazione, il MAMbo ha inaugurato il 15 marzo scorso una collezione che, seppur permanente per definizione, appare piuttosto dinamica nei fatti.

 
L’ambiente della grande sala dei forni ospita contemporaneamente due progetti che vengono a sovrapporsi e confondersi e la cui identità singola non è purtroppo chiaramente esplicitata al pubblico. Tramite il volantino introduttivo alla visita e il sito internet è possibile però rintracciare le linee guida dei due progetti dalla cui unione nasce la collezione permanente del museo, ovvero Focus on Contemporary Italian Art e SpazioGAM. La prima sezione sviluppa il tema della ricerca artistica italiana contemporanea ed è composta da opere acquisite appositamente per essere messe in mostra nella collezione permanente del MAMbo. Grazie alla collaborazione di Unicredit Group, il museo propone un ambiente in costante movimento ed evoluzione in cui le opere vengono ciclicamente cambiate e l’allestimento non segue obbligati percorsi tematici o cronologici. Nel grande openspace le opere non si susseguono pedissequamente appese alle pareti, bensì creano spazi, atmosfere, usano nuove tecnologie, diventano contenitori per altre produzioni artistiche. SpazioGAM è un progetto, o meglio un insieme di progetti, che parte invece dalla opere provenienti dalla GAM e che si propone di individuare delle modalità innovative per portare luce su di esse. Nell’attuale allestimento, il progetto si compone di una sezione INTRO costituita da una quadreria che introduce idealmente ai lavori più contemporanei di Focus. Segue OPEN LIBRARY, uno spazio che vuole essere di approfondimento sui temi dell’arte e che incentiva i visitatori alla creazione di una biblioteca parallela a quella del museo mediante la donazione di libri. Infine, l’ala destra della sala è occupata da TOPICS, un’area adibita a mostre temporanee coerenti col tema della mostra permanente.

 
Dal 6 aprile scorso la mostra che occupa lo spazio di TOPICS è Regali e Regole: Prendere, dare, sbirciare nel museo di Stefano Arienti e Cesare Pietroiusti. Oltre ad alcuni lavori individuali, due sono i lavori comuni che attirano ed animano di più l’attenzione. Il primo è un’immensa parete, coperta da 2000 disegni originali dei due artisti, dalla quale ciascun visitatore può sceglierne uno da prendere con sé. Il secondo è una scultura composta da banconote da 50 euro raccolte tramite una sottoscrizione che frutterà ai partecipanti una quota dei proventi ottenuti tramite l’esposizione dell’opera. Le due produzioni di Arienti e Pietroiusti forniscono buoni stimoli sia per gli obiettivi che per le modalità artistiche utilizzate in quanto mettono in discussione lo statuto dell’opera d’arte, la sua autorialità, il ruolo del pubblico e il suo ampliamento/stravolgimento e il museo di certo non può rimanere inerme davanti a tutto ciò.

 
Il MAMbo dimostra in questo modo di saper ripensare la funzione della collezione permanente facendone strumento privilegiato della sperimentazione, affidandosi ad una struttura dinamica che, anche grazie al minor investimento economico rispetto alle mostre temporanee, sa essere più innovativa nelle sue ambizioni. Il visitatore della collezione permanente del museo bolognese viene sollecitato e coinvolto da un meccanismo vivo, plurimo e mutevole, da un spazio senza costrizioni in cui dialogano nuove e vecchie leve, all’emozione fanciullesca di poter portare a casa il giocattolo appena visto in vetrina.

 

 

Graziana Lucarelli

Da molti mesi addetti ai lavori e appassionati d’arte fremono nell’attesa di un evento unico nel suo genere: il primo Festival di Arte Contemporanea. Dopo il convegno introduttivo dell’ottobre scorso, la presentazione ad Artefiera e a pochi giorni dalla pubblicazione online del programma, è possibile iniziare ad indagare il senso e le logiche dell’evento stesso.

 

La prima edizione del Festival di Arte Contemporanea si terrà a Faenza dal 23 al 25 maggio 2008. Il comitato scientifico è composto da Angela Vettese, direttrice della Galleria Civica di Modena, Carlos Basualdo, curatore del Philadelphia Museum of Art, e Pier Luigi Sacco, direttore di goodwill, il progetto dedicato al fundraising e ai distretti culturali evoluti che cura l’organizzazione del festival.

 

Ciò che colpisce in prima analisi è che, contrariamente alle lecite aspettative, Faenza decide di proporre un festival dedicato all’arte e al tempo stesso un festival “senza opere”. Vettese dà una spiegazione molto chiara in proposito: “In Italia, e forse non solo in Italia, l’arte contemporanea è talmente diffusa che c’è bisogno di tanta riflessione perché altrimenti si rischia di avere molte opportunità per vedere e pochissime opportunità per capire ciò che gli artisti ci vogliono raccontare e per collocare storicamente ciò che stiamo godendoci esteticamente, ma raramente capendo in termini di storia della cultura.”[1] Sacco fornisce poi un’ulteriore chiave di lettura per la scelta di non contemplare attività espositive, chiave che giustifica pienamente la progettualità del festival anche dal punto di vista economico: “Questo è un buon modo per inserirsi in un ambito così concorrenziale come il mercato dei festival artistici e permette anche di limitare il budget. È una presenza unica e noi crediamo che il movimento generale ne avesse bisogno.”[2] La presenza del festival di Faenza è davvero unica in quanto, concentrandosi su un programma di parola, si pone concretamente a metà strada tra i festival artistici e i festival culturali. Un festival, quindi, che non mette in mostra l’arte, bensì che la indaga, la studia, la capisce.

 

Ma per cogliere appieno il senso e le specificità di questo progetto è necessario approfondire alcune parole di Sacco che mettono in luce lo stretto rapporto tra l’evento nascente e la città che lo ospita: “L’idea di tenere a Faenza un festival dell’arte contemporanea non è nata semplicemente dall’esigenza di trovare una location, cioè un luogo qualunque che potesse ospitare, magari in modo suggestivo, la manifestazione. In realtà Faenza sta facendo un percorso molto importante di sviluppo legato alla cultura. Questo festival è parte di una strategia più ampia e più complessa che sta coinvolgendo tutto il mondo delle associazioni locali e tutto il sistema territoriale.”[3]

 

La città di Faenza, infatti, ha dato vita nel 2006 al progetto Moto d’idee – Faenza verso il distretto culturale evoluto, elaborato da goodwill e con la direzione scientifica di Sacco. Il progetto, di cui il Festival dell’Arte Contemporanea fa parte, è nato con l’ambizioso obiettivo di fare della cittadina romagnola il primo distretto culturale evoluto in Italia. Secondo il Rapporto Figel, promosso nel 2006 dalla Commissione europea, il passaggio dall’economia industriale all’economia della conoscenza definisce i comparti della produzione culturale come quelli che meglio possono rispondere alle esigenze di sviluppo locale. Per questo motivo Faenza si propone di usare una logica di pianificazione strategica della cultura per produrre innovative sinergie tra i settori produttivo, formativo e culturale. A questo scopo sono stati creati quattro gruppi di lavoro (di cui uno dedicato alla gestione del festival) composti da attori del tessuto sociale, politico, economico e formativo della città.

 

Il primo Festival dell’Arte Contemporanea di Faenza si presenta allora come una possibilità di sperimentazione di un modello di sviluppo partecipato del territorio e allo stesso tempo, focalizzando l’attenzione sul sistema internazionale dell’arte, come un’occasione decisiva per far crescere l’immagine esterna della città: “Noi vogliamo che questo festival sia non soltanto un momento per discutere delle idee e dei punti di vista più avanzati nel dibattito odierno dell’arte contemporanea, ma anche un modo per far scoprire al mondo dell’arte contemporanea una città come Faenza che, credendo nella cultura, sta attuando una prospettiva di coinvolgimento dei suoi cittadini e del suo territorio che in questo momento, non soltanto in Italia, è difficile trovare.”[4]

 

 

Graziana Lucarelli 


[1] “Festival dell’arte di Faenza”su Exibart.tv

[2] Dal convegno “Moving forward” tenutosi a Faenza il 6 ottobre 2007

[3] “Festival dell’arte di Faenza”su Exibart.tv

[4] Ibidem

Fino al 30 Marzo la Galleria Civica di Modena ospita la doppia personale di Runa Islam e Tobias Putrih. Un esperimento più unico che raro quello tentato dall’istituzione emiliana, la quale ha fatto confluire in un’unica mostra dal titolo “Lost Cinema Lost” il lavoro di due artisti molto distanti sia per provenienza geografica che artistica. Tema dell’esposizione è il cinema, la visione, la rappresentazione, così che le immagini di Runa Islam vengono proiettate nei preziosi contenitori/cinema concepiti da Tobias Putrih.

 


Il momento in cui la collaborazione si fa più intensa e coinvolgente è sicuramente “What is a thought experiment, anyhow?” e il relativo screening space. La videomaker di origine bangladeshi sofferma la camera su lunghe riprese di palloncini, colorati di mille colori, che si muovono, entrano, escono dall’inquadratura, scoppiano, rimbalzano. Scoppiano e producono rumori assordanti, come esplosioni o fucilate, rimbalzano e invadono l’imponente scalone dello IASPIS di Stoccolma. Cercano di buttar giù le pesanti e grevi sculture marmoree, provano a spingere, a sommergere, ma non ci riescono. Se non altro, però, riescono a rendere il museo d’arte antica estraneo a se stesso, con linee curve, tonde, infinite e con il colore, tanti colori. Putrih accompagna il video con altrettanta soavità e leggerezza perchè “l’ultima cosa che si vuole quando si costruisce un ambiente per la proiezione è di opprimere la proiezione stessa”. Si serve di niente: cartone, scotch, truciolato, polistirolo, filo da pesca. Ma l’effetto è quello di una Disneyland libera dall’oppressione, dalla forzatura dettata dall’effetto speciale. Qui si vive invece di sana concretezza, o meglio, di una concreta leggerezza. Non ci sono ammiccamenti, né colpi bassi, solo una serie di cunicoli claustrofobici e immensi insieme, dove la luce e il colore introducono al lavoro della Islam.

 


Il palloncino colorato come il cinema, allora. Piccolo gioco illusionistico che crea grande stupore, condivisione.

 

E nel confrontarsi coi palloncini di questa piccola/grande mostra è impossibile non associarli alle superfici fitte di pallini colorati portate alla Galleria Civica da Yayoi Kusama non più di un anno fa. I suoi milioni di pallini colorati alleggeriscono, divertono, ma allo stesso tempo spalancano una porta su un mondo distorto, allucinato. Sono invasivi i pallini della Kusama, invasivi e opprimenti. Anche l’artista giapponese, però, in fondo non vuole che proporre un’alternativa, quella di una vita invasa da figure sferiche, colorate e in movimento. Destabilizzanti. E così viene forse spontaneo chiedersi: è sicuro che questa sia la scelta migliore? No, non è sicuro, ma se non altro è un’ altra scelta.

 

 

Graziana Lucarelli