Dialoghi di IRIS e l’arte “inutile” dei festival

Sabato 12 Maggio. Firenze. Giornata ideale il sabato, tra il feriale e il festivo, tra il serio e il faceto, tra il ludico e il lavorativo. Ideale per parlare di cultura, di festival, di effimero, di ciò che quanto più è labile tanto più segna nelle coscienze. IRIS, il progetto “Dialoghi” in particolare, mi fornisce l’occasione e l’ideale spunto per rielaborare e rivisitare concetti e riflessioni che già mi appartengono, ma che mai cessano di essere in movimento.

 
Già il titolo mi dice molto: eversione e costruzione, utopia dei festival. Ma è davvero un’utopia quella dei festival? Ciò che da sempre mi affascina nelle cosiddette forme “effimere” di spettacolo è quel senso di vivacità, di effervescenza, di qualcosa che non c’è, non esiste, se non nella mente di qualcuno, e che d’improvviso si materializza, spesso grazie al lavoro di pochi, e crea un contagio, dissemina esperienze, sociali, culturali, produce senso. Ed è questa l’eversione, la rivoluzione? Forse sì. Sì, in un mondo in cui se produrre senso non ha un fine, non è funzionale allora è inutile il solo gesto produttivo.

 
Tante sono però le voci che non solo si levano contro una finalità “altra” dell’artistico, ma che trovano proprio in questo tratto il punto di forza di un fare arte che vuole sentirsi consapevolmente inutile e malinconicamente perdente
[1]. Voci autorevoli quali Frie Leysen, per anni a capo del Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles, Bartolomeo Pietromarchi, direttore del programma di arte contemporanea della Fondazione Adriano Olivetti, Jean Blaise, curatore della prima edizione parigina della manifestazione Nuit Blanche. Tutti a sostenere un’arte senza scopo apparente, un acte gratuit, che non vuole educare né risolvere alcun tipo di problematica sociale.

 
La tematica non ha niente di nuovo. In effetti la diatriba tra un’arte strumentale e un’arte fine a se stessa è vecchia quanto il mondo. E allora perchè oggi torna così prepotentemente di attualità? E soprattutto, perchè investe le forme “precarie” di produzione culturale più di quelle stabili? Caroline Marcilhac, responsabile della produzione del
Festival di Avignone, sostiene che i festival abbiano un effetto amplificatore rispetto alle stagioni teatrali, amplificatore proprio perché arrivano, si manifestano e se ne vanno, creano un evento, mettono in moto una dinamica hic et nunc che richiama istituzioni, media e allo stesso tempo coscienze e sensibilità più di quanto le programmazioni continuative riescano a fare. I festival hanno dunque gli strumenti necessari per portare avanti questa libertà del gesto d’arte. L’eco che producono è supportato da una relativa distanza rispetto alle istituzioni pubbliche centrali, notoriamente restie a investire tempo e denaro in progetti di cui non siano evidenti obiettivi e finalità.

 
Ma l’arte può essere anche così, non cercare niente e non volere niente. Creare visioni, immagini, aprire spazi, possibilità. Qui sta allora la costruzione che il titolo richiamava, una costruzione che è allo stesso tempo eversione perché crea, ma inutilmente. 

 


[1]“Il luogo [non] comune”, Bartolomeo Pietromarchi, in Il luogo [non] comune – arte, spazio pubblico ed estetica urbana in Europa, a cura di B. Pietromarchi, 2005, p. 10

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