Il destino di Barney e Beuys al Guggenheim

ALL IN THE PRESENT MUST BE TRANSFORMED: MATTHEW BARNEY AND JOSEPH BEUYS

« La mostra, curata da Nancy Spector, Curatore capo del Museo Solomon R. Guggenheim, New York, mette in rilievo le affinità esistenti tra l’opera di due artisti, che, sebbene appartenenti a generazioni e geografie diverse, condividono alcuni interessi chiave sia estetici che concettuali. La mostra prende in esame l’uso metaforico dei materiali, l’attenzione per la metamorfosi, e la relazione tra l’azione e la sua documentazione nella pratica dei due artisti. Sono, inoltre, messe in luce alcune fondamentali differenze d’ordine filosofico tra Matthew Barney e Joseph Beuys, alimentate dalla divisione tra pensiero moderno e postmoderno, che ampliano ulteriormente la nostra comprensione delle singole opere dei due artisti. La mostra è resa possibile grazie a RIGroup. Ulteriore contributo offerto da Deutsche Bank

Questo il testo di presentazione della mostra da poco conclusasi al Guggenheim di Venezia. Come si può leggere chiaramente, l’esposizione si è posta l’obiettivo di evidenziare punti di contatto e di divergenza tra i due artisti, sia a livello di logiche creative che di tecniche di esecuzione. Ovviamente, prima di procedere ad un qualsiasi confronto, è necessario conoscere e capire le opere di per sé: i lavori esposti erano per la maggior parte tratti da progetti più ampi, indi per cui l’operazione di decodifica degli stessi, prima ancora del paragone tra i due artisti, non era operazione semplice se non per il visitatore molto esperto in materia. Dirò subito la mia opinione in proposito, senza ulteriori preamboli: temo che il Guggenheim non sia riuscito nell’intento che si proponeva e questo non per una scelta poco adeguata delle opere (io d’altronde non avrei le competenze necessarie per stabilirlo), bensì per infelici scelte di allestimento e di servizi informativi.

 
Per quel che riguarda la fruizione dei lavori in mostra, è apparso lampante (almeno ai miei occhi) come gli spazi del Palazzo Venier non abbiano reso giustizia a opere imponenti quali Pompa al miele sul posto di lavoro di Beuys e Chrysler Imperial di Barney. Gli spazi, di dimensioni decisamente troppo esigue, non  permettevano in alcun modo al visitatore di portare uno sguardo d’insieme. Anche le fotografie riportate sul catalogo lo dimostrano, mostrando allestimenti precedenti aventi un respiro molto più ampio. Altra pecca ingiustificabile è la disposizione degli schermi che proiettavano i video delle performance dei due artisti. Essi erano appesi al soffitto e il visitatore interessato a seguire le proiezioni non aveva altra possibilità che starsene in piedi, con la testa verso l’alto, per almeno 20 minuti a video. Una condizione a dir poco scomoda e tutt’altro che allettante. Ad aggravare ulteriormente questo panorama si aggiunga il valore imprescindibile dei filmati ai fini della mostra: gli oggetti presentati dai due artisti erano per la maggior parte stati usati nelle performance mostrate nei video e i disegni esposti erano bozze preparatorie delle stesse.

 
La situazione non migliora se si considerano i servizi informativi, anzi, lascia atterriti la volontà quasi esplicita (è piuttosto difficile pensare il contrario) di non voler comunicare col visitatore. Ma procediamo con ordine. Il depliant introduttivo alla mostra fornito all’ingresso riportava gli stessi testi collocati sui pannelli descrittivi delle sale, e già questo fa capire come l’informazione non si sprecasse. Inoltre, ogni sala era corredata da un’unica scheda affissa al muro. Queste schede, oltre al loro esiguo numero, si distinguevano in particolar modo per il loro linguaggio specialistico e del tutto non accessibile al visitatore medio. E’ quasi strabiliante la capacità con cui i redattori del Guggenheim siano riusciti a produrre testi massimamente contorti e indecifrabili. Ciò mi induce a pensare senza troppe riserve che questa sia stata una scelta consapevole, dettata probabilmente dal falso mito, purtroppo ancora in voga, per cui un linguaggio ostico è sinonimo di un elevato livello culturale del prodotto descritto. Fatto sta che il risultato ottenuto è stato il seguente: facce smarrite, visitatori distratti che si trascinavano indolenti tra le opere, i più ostinati si rivolgevano al personale desiderosi di conoscenza, nessuno sostava col naso in sù a guardare i video per più di qualche minuto.

 
L’incongruenza più grande, in realtà quasi comica per la sua assurdità, riguarda però i bookshop. In effetti il Guggenheim di Venezia è fornito di due bookshop, uno accessibile dall’esterno e uno dall’interno del museo. L’unico dei due a possedere materiali inerenti alla mostra è quello interno e ciò è in fondo piuttosto comprensibile, se non fosse che al suddetto bookshop si può accedere solo dopo avere depositato al guardaroba borse ed effetti personali (e ovviamente, spesso e volentieri, anche il portafogli). Ci si trova così a visitare un bookshop senza avere la possibilità di acquistare niente e chi pensa, come la sottoscritta, di trovare gli stessi materiali nel negozio esterno rimane amaramente deluso.

 
Nulla di positivo quindi nella mostra su Beuys e Barney al Guggenheim? No, la visita vale comunque la pena per diverse ragioni: per la pace che si respira nel giardino interno, al riparo dal sole tra grossi alberi e piccole statue, lo sciabordio dell’acqua sui gradini della terrazza affacciata sul Canalgrande, la matericità del gel di petrolio di Barney e del grasso di Beuys, ma questa è probabilmente un’altra storia.

 

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