La metafora del palloncino colorato

Fino al 30 Marzo la Galleria Civica di Modena ospita la doppia personale di Runa Islam e Tobias Putrih. Un esperimento più unico che raro quello tentato dall’istituzione emiliana, la quale ha fatto confluire in un’unica mostra dal titolo “Lost Cinema Lost” il lavoro di due artisti molto distanti sia per provenienza geografica che artistica. Tema dell’esposizione è il cinema, la visione, la rappresentazione, così che le immagini di Runa Islam vengono proiettate nei preziosi contenitori/cinema concepiti da Tobias Putrih.

Il momento in cui la collaborazione si fa più intensa e coinvolgente è sicuramente “What is a thought experiment, anyhow?” e il relativo screening space. La videomaker di origine bangladeshi sofferma la camera su lunghe riprese di palloncini, colorati di mille colori, che si muovono, entrano, escono dall’inquadratura, scoppiano, rimbalzano. Scoppiano e producono rumori assordanti, come esplosioni o fucilate, rimbalzano e invadono l’imponente scalone dello IASPIS di Stoccolma. Cercano di buttar giù le pesanti e grevi sculture marmoree, provano a spingere, a sommergere, ma non ci riescono. Se non altro, però, riescono a rendere il museo d’arte antica estraneo a se stesso, con linee curve, tonde, infinite e con il colore, tanti colori. Putrih accompagna il video con altrettanta soavità e leggerezza perchè “l’ultima cosa che si vuole quando si costruisce un ambiente per la proiezione è di opprimere la proiezione stessa”. Si serve di niente: cartone, scotch, truciolato, polistirolo, filo da pesca. Ma l’effetto è quello di una Disneyland libera dall’oppressione, dalla forzatura dettata dall’effetto speciale. Qui si vive invece di sana concretezza, o meglio, di una concreta leggerezza. Non ci sono ammiccamenti, né colpi bassi, solo una serie di cunicoli claustrofobici e immensi insieme, dove la luce e il colore introducono al lavoro della Islam.

Il palloncino colorato come il cinema, allora. Piccolo gioco illusionistico che crea grande stupore, condivisione.

E nel confrontarsi coi palloncini di questa piccola/grande mostra è impossibile non associarli alle superfici fitte di pallini colorati portate alla Galleria Civica da Yayoi Kusama non più di un anno fa. I suoi milioni di pallini colorati alleggeriscono, divertono, ma allo stesso tempo spalancano una porta su un mondo distorto, allucinato. Sono invasivi i pallini della Kusama, invasivi e opprimenti. Anche l’artista giapponese, però, in fondo non vuole che proporre un’alternativa, quella di una vita invasa da figure sferiche, colorate e in movimento. Destabilizzanti. E così viene forse spontaneo chiedersi: è sicuro che questa sia la scelta migliore? No, non è sicuro, ma se non altro è un’ altra scelta.

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